Recentemente 600 docenti universitari, tra i quali c’erano anche  alcuni membri dell’Accademia della Crusca, hanno inviato una lettera al Presidente del Consiglio, al ministro della Pubblica Istruzione e al Parlamento. Lo scopo della lettera è stato quello di segnalare la quasi completa ignoranza scritta e orale dell’italiano da parte degli studenti universitari. In alcuni atenei vengono fatti degli esami integrativi per la conoscenza dell’italiano.

Ne è trascorso di tempo quando, essendo stato rilevatore del censimento nel 1971, alcuni capifamiglia mi firmarono il rapporto con una croce, ma pensavo che fossimo lontani da quella  volta. Quello era un analfabetismo vero perché i nostri nonni e babbi venivano mandati a lavorare da bambini senza concludere le elementari, ma questo è assimilabile solo a carenze di funzionalità.

Durante i roventi anni settanta si è messo in discussione tutto quello che sembrava autoritario, confondendo l’autorità con l’essere autorevoli.  Lo si è fatto pure per il ruolo dell’insegnante al quale è stata tolta la funzionalità operativa capace di creare un rapporto costruttivo con lo scolaro e di fatto l’insegnante non è più una figura di riferimento.

L’ignoranza si sa che è trasversale e quella degli aspiranti dottori ha contagiato  anche noi ex studenti con il bello che stiamo diventando analfabeti del cibo. Una ignoranza parallela a quella scolastica, generata da  quelle nuove abitudini  che ci tengono sempre più distanti dai fornelli e dalla cucina.

I tempi quando la donna stava in casa ad armeggiare intorno alle pentole ed era la “regina della casa” si perdono nel tempo.  Già nel dopoguerra, con l’avvento del boom economico degli anni ’60 c’è stato un aggiornamento delle abitudini di vita e un consolidamento di valori inediti. Il primo di valori acquisiti è stato il lavoro fuori casa della donna che l’ha di fatto allontanata dal luogo dove era regina. Qui vorrei aggiungere un parere del tutto personale. Si è visto come  dietro la maschera di un successo vantato per una una conquista sociale si sia poi celata la realtà che vuole la donna compartecipe obbligata all’uomo per il  sostentamento economico familiare: una necessità imprescindibile che la destina a demandare la cura della famiglia e dei figli ad istituzioni esterne o ai nonni nelle migliori delle ipotesi; la costringe a curarsi della casa con notevoli dispendi di energia oppure trovando aiuto da persone terze.

Il secondo valore che si è aggiunto è la fruizione di cibo già pronto da consumare disponibile sugli scaffali dei supermercati o nella bottega di artigiani culinari.

Questi due eventi hanno sostanzialmente contribuito a rinunciare ai cibi fatti in casa; c’è sempre meno tempo per cucinare, si torna a casa stravolti dalla stanchezza e allora diviene necessario fare ricorso al fast food di strada ma anche al cibo più elaborato.  Si va ai cibi semi preparati come l’insalata già pulita o l’ananas già affettato venduti in vaschette, poi a pasti congelati da passare in forno a microonde oppure pasti già pronti e recapitati a domicilio, acquistabili grazie alla rete Internet e semplicemente da ordinare con App dal cellulare.  Qui ci si può sbizzarrire anche in ragione dello spessore del portafoglio per ordinare dalla rosticceria, dal ristorante sotto casa o da gran gourmet, come accedere alla  ristorazione delle griffe e dei vari cuochi  che ci braccano anche dal televisore con le loro raffinate  leccornie. Poi c’è la via estera dove la nostra tradizione culinaria se ne va  a favore del cibo esotico o etnico. Se a metà dell’ottocento esotico significava Andalusia, i confini odierni non esistono più e possiamo beneficiare di cibi esotici provenienti da tutto il mondo.  Vuoi mettere preparare un brodo di gallina dove ci cuoci i cappelletti e preparare un ramen, e poi parlare delle qualità della pasta fatta in casa condita con gli innumerevoli intingoli nostrani rispetto alla pasta di riso alla salsa di soia?  È più figo ritrovarsi di fronte una portata di sushi piuttosto che davanti ad una banale insalata di mare. Con quale argomento si può paragonare il banalissimo limone alle bacche di goji che vengono dagli altipiani asiatici? E per fortuna che c’è lo zenzero e che possiamo contare sulla curcuma. Tutte spezie magnificate dagli innumerevoli poteri come se madre natura avesse privilegiato solo quelle magiche terre di loro origine e si fosse dimenticata del bacino del Mediterraneo.  C’è riluttanza per la cassoeula  o per la coda alla vaccinara, per la caponata o la bagnacauda, per gli scrippelle ‘mbusse o le tagliatelle, il baccalà o lo stoccafisso. C’è quasi da vergognarsi a menzionare in pubblico certe eresie mangerecce, questi robivecchi del passato.

Non sto qui a fare il bacchettone, ognuno scelga ciò che più gli piace e che sia nostrano o esotico poco importa se il palato viene soddisfatto, ma non possiamo ignorare che dietro questa scelta c’è la conoscenza o meno di un patrimonio di sapienza nostrana la cui conservazione dipende da noi. Quello che saggiamente possiamo fare è mantenerlo e allo stesso tempo conoscere anche quello che viene da fuori, ma non anteporre il secondo patrimonio e tralasciare il primo. Non è necessario mettersi in cucina con la bandiera tricolore davanti agli occhi ma è fondamentale conoscere il nostro cibo e lo dobbiamo pure ringraziare visto che siamo qui è ché siamo cresciuti con quello: dal latte di vacca italiana nel biberon (mica quello tedesco in polvere), alla pasta fatta in casa dalla mamma o al dolce della nonna (mica le merendine implasticate o i terribili snack multicolori). Che fare per non dilapidare il passato? Semplice, basta recuperare la memoria della mamma, della nonna o della zia, farsi dare le ricette e trasferirci le loro tecniche di cucina, poi andare in libreria e rifornirsi di testi di cucina antica, moderna, regionale purché  legate alla tradizione e non importa chi lo abbia scritto. Tra questi non deve assolutamente mancare il testo icona della cucina italiana dove hanno preso tutti, ma tutti i cuochi italiani dal novecento a oggi: La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi. Non solo una semplice raccolta di ricette tradizionali, ma episodi di sapere culinario scritti con gusto e acume letterario. Cominciate a sfogliare le pagine di uno di questi libri e mettete in pratica quello che più vi piace e così vi accorgerete che alla fine vi ritornerà il sorriso.

Buon appetito!

 

 

 

 

 

 

Nato a Misano Adriatico (RN) nel 1951, mi sono diplomato come perito chimico industriale nel ’70 e laureato in farmacia nel ’74.
Ho collaborato per 3 anni con le farmacie di Riccione, per essere poi assunto nel settore ospedaliero, settore analisi e trasfusioni di sangue.
Ad oggi, mi occupo di diagnostica per immagini nel settore veterinario.

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