Considerazioni generali 2

Della pianta usiamo le parti più indicate all’uso alimentare e così abbiamo un tipo di frutto chiamato drupa come  pesca, albicocca, susina ecc. o un altro come il pomo a cui appartengono il pero, il melo ecc. Le drupe e pomi fanno parte della famiglia delle Rosacee a cui aggiungiamo la fragola e la rosa.

Delle Graminacee, a cui appartengono il grano, l’orzo, il mais, il farro e tante altre, utilizziamo la cariosside che sarebbe il frutto secco incorporato con un unico seme comunemente detto chicco.

Alla famiglia delle Composite appartengono la cicoria e il radicchio selvatici che consumiamo come tali, ma dai quali derivano tutte le insalate di cui usiamo solo le foglie.

Altri nomi tecnici di parti commestibili  sono l’achenio per la castagna, il bulbo per la cipolla e l’aglio, il rizoma per lo zenzero, il ricettacolo per la fragola, il tubero per la patata, la bacca per il peperone  e via dicendo.

Le famiglie della piante mangerecce che costituiscono il grosso della nostra alimentazione sono poco più di  una decina, una minoranza rispetto alle  innumerevoli del regno vegetale e sono diffuse in tutto il mondo.

Le colture spontanee col passare del tempo vanno incontro a delle evoluzioni naturali atte a conservare e migliorare la specie. Queste modifiche sono volte ad aumentare la loro produttività oppure per adattarsi al luogo e vincere gli elementi naturali come il vento, il freddo, la salinità dei luoghi, la carenza di acqua,  aumentare le difese contro gli insetti o semplicemente per migliorare le caratteristiche organolettiche: odore, sapore e colore. I processi di questa evoluzione naturale richiedono tempi lunghissimi, a volte di secoli.

Le piante che usiamo oggi nell’alimentazione animale ed umana hanno subito delle trasformazioni causate dall’uomo che per ragioni vitali o di mercato non può attendere i tempi della evoluzione naturale.  Le ragioni delle modifiche apportate sono le medesime della evoluzione naturale con aggiunta di altre caratteristiche date da precise esigenze di mercato o da semplice curiosità genetica.

La prima modifica  in ordine di tempo è  avvenuta  naturalmente con l’evoluzione della specie è l’incrocio naturale di due piante della stessa famiglia, o due sue sottospeci, formanti degli ibridi o incroci naturali, ossia una pianta nuova che mescola le caratteristiche delle due piante incrociate. Gli ibridi si possono ottenere con impollinazione naturale ma  guidata dall’uomo.

L’ibridazione può essere ottenuta anche con metodi irraggiamento che portano una modifica all’apparato genetico e quindi produrranno un soggetto  modificato innaturalmente e a seconda del danno che ha subito con l’irraggiamento. Verso al fine del 1920 alcuni ricercatori dimostrarono come fosse possibile modificare geneticamente il moscerino della frutta esponendolo ai raggi X (quelli che vengono usati  per fare le lastre). Le stesse prove di irraggiamento eseguite con radiazioni nucleari  vengono fatte sui cereali ma non hanno seguito.  L’irraggiamento fatto sui semi o sugli animali causa una vera e propria mutazione del proprio corredo genetico che porterà a dei soggetti con caratteristiche differenti dall’originale. Da questa differenza rispetto all’originale può scaturire l’interesse commerciale. Negli anni intorno al 1960 vengo ripresi gli studi sul grano per ottenere mutazioni genetiche su grano Cappelli. Le ricerche produrranno una nuova specie di grano duro chiamato Creso. Questo tipo grano ha sviluppato una resistenza particolare al vento e una resa di produzione per ettaro decisamente superiore ai precedenti. Ha di fatto soppiantato gli altri ed è diventato il principale grano usato per fare tutte le paste dure alimentari del commercio.

Con le piante OGM, ossia Organismo Geneticamente Modificato, si è fatto molto  di più  per alterare la pianta originale agendo a livello del suo DNA, ovvero l’acido desossiribonucleico. Il DNA è una molecola che sta dentro ogni singola cellula animale o vegetale, è di natura molto complessa ed è il veicolo di una serie di informazioni tra le quali spiccano le caratteristiche morfologiche ed organolettiche, nel caso delle piante, da trasmettere da madre a figlio.  Rassegniamoci ad avere il nostro DNA comune a quello del topo nel 90% della sua struttura o del 98 %  a quella dello scimpanzè.  Tuttavia solo una piccola percentuale della intera struttura del DNA è destinato alla riproduzione dei caratteri morfologici della specie, il restante non si sa esattamente a cosa serva ed è stato semplicemente chiamato junk DNA, traducibile in DNA spazzatura. Secondo alcuni scienziati un po’ burloni la natura produrrebbe spazzatura. Questa tecnica di modificazione genetica non si fa esternamente, come nel caso di irraggiamento dei semi, ma si agisce introducendo nel DNA della pianta originale frammenti sintetici di DNA o pezzi di DNA animale. Queste manipolazioni genetiche daranno una nuova pianta che la natura non avrebbe mai potuto concepire. Ne sono un esempio lampante e sciocco le patate dalla polpa viola atte a  soddisfare il vezzo di qualche chef alla moda o i pomodori quadrati concepiti per potere essere inscatolati meglio, ma c’è di peggio ed è già presente sulle nostre tavole.

 

 

Nato a Misano Adriatico (RN) nel 1951, mi sono diplomato come perito chimico industriale nel ’70 e laureato in farmacia nel ’74.
Ho collaborato per 3 anni con le farmacie di Riccione, per essere poi assunto nel settore ospedaliero, settore analisi e trasfusioni di sangue.
Ad oggi, mi occupo di diagnostica per immagini nel settore veterinario.

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