“Ah sì… voi in Romagna producete tanto vino. Però la qualità…”. “Cu t’avness la cagarela… ut parrà ma tè!”. Traduco per i non romagnoli: “Ti prendesse un eccesso di dissenteria… sembrerà a te”.

Diciamo la verità. Quando qualcuno proveniente da un’altra regione che non sia la Romagna fa una considerazione come quella appena riportata, un po’ viene da mandarlo “a farsi un giro”. La persona in questione, però, potrebbe avere qualche ragione se ricorda i tempi passati, quelli del dopoguerra fino all’avvento delle Doc e poi delle Docg dalla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso. In effetti, in quegli anni l’attenzione di buona parte dei produttori regionali era rivolta soprattutto alla quantità. C’era un mercato locale che riprendeva a consumare; c’erano i turisti che aumentavano di numero di anno in anno e, con loro, la richiesta di alberghi, bar e ristoranti da accontentare. Tutto si faceva di gran corsa un po’ com’erano quei tempi: una veloce cavalcata, spesso confusionaria, verso il benessere.

Eppure… eppure se ricordo quei tempi, non posso non rammentare la soddisfazione con la quale mio babbo e qualche zio, mostravano il frutto del loro lavoro nella “micro vigna” che avevamo attorno a casa. Non credo fosse un gran Sangiovese quello che usciva da quelle poche e povere viti, ma aveva il gusto del: “L’ho fatto io con le mie mani”. E, se funzionava così nella mia famiglia, penso che anche per i “veri”, nostrani produttori di vino potesse esserci un meccanismo psicologico simile. E poi, per noi bambini c’era “l’acquadezza”, l’acquadiccia. Dopo che si era svinato si metteva dell’acqua nelle vinacce e poi dopo due/tre giorni si toglieva quest’acqua che, nel frattempo, era diventata un mezzo vino leggermente frizzante. A me sembrava tanto buona. Oggi non riuscirei neanche ad avvicinarmi al bicchiere.

Ma non è solo il sottoscritto a essere cambiato. Anche la produzione vitivinicola locale è mutata di tanto e in meglio (anche per la richiesta del mercato: alberghi, ristoranti e bar adesso sono molto esigenti in fatto di qualità) e, oggi, chi parlasse con sufficienza dei vini romagnoli sbaglierebbe bersaglio alla grande. Perché la Regione Emilia-Romagna, nel suo complesso, continua a produrre grandi quantità di vino (con 60mila ettari a vite è al quinto posto in Italia dopo Sicilia, Puglia, Veneto e Toscana) ma si fregia anche di due DOCG (Denominazione di origine controllata e garantita) come il Colli Bolognesi Classico Pignoletto e il Romagna Albana; di ben 33 DOC (Denominazione d’origine controllata) e nove IGT (Indicazione Geografica Tipica). Questi ultimi sono vini che riportano la zona di produzione ma solo facoltativamente il vitigno di provenienza e l’annata. Si tratta di una certificazione che, tecnicamente, li colloca a un livello inferiore ai Docg e ai Doc ma su un gradino superiore rispetto ai vini da tavola. In realtà, non sono vini “meno buoni” dei Docg e dei Doc, anzi, spesso hanno grandi qualità. Semplicemente, per scelte commerciali, queste etichette non raccolgono i requisiti richiesti dai disciplinari. Insomma, oggi c’è tanta qualità in quel che si beve dalle nostre parti.

 In quest’articolo raccontiamo un po’ del Trebbiano, del Pagadebit e della Rebola, vini del territorio amatissimi da tanti (e anche dal sottoscritto), riservandoci di affrontare Sangiovese e Albana, i “giganti” romagnoli, in un secondo tempo.

Il Trebbiano è un vino dal colore giallo paglierino all’aspetto. Ha un odore vinoso e intenso. Al gusto può essere asciutto, amabile o anche dolce con una gradazione complessiva minima di 10,50%. La Doc (che si chiama Romagna Trebbiano) è coltivata nelle province di Bologna, Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini. L’origine di questo vino sembra essere etrusca. Ai tempi di Roma, qui in Romagna si coltivava una vite chiamata Trebulanus e anche lo scrittore e naturalista Plinio il Vecchio ne parlò nella sua Naturalis Historia, prima di morire nell’eruzione del Vesuvio che il 25 agosto dell’anno 79 distrusse Pompei e non solo. Altre tracce del Trebbiano si ritrovano nel 1305, quando Pier dè Crescenzi, un agronomo bolognese oggi considerato il maggior esperto del medioevo occidentale, scrisse che: “C’è un’altra specie di uva, detta Tribiana, che è bianca con acini tondi, piccoli ed abbondanti, che in giovane età non dà frutto ma crescendo diventa feconda”.

A mio avviso, grazie alla sua giusta acidità, è fenomenale col pesce azzurro o con un pescato fresco dell’Adriatico. Con una pasta al sugo di pesce mi pare irresistibile ma lo trovo ottimo anche con i cassoni alle erbe. Non lo disdegno neppure con dei salumi tipo il salame romagnolo o la coppa. E poi, ricordate che le azdore romagnole lo usano per sfumare il ragù, gli arrosti oppure il pollo e il coniglio in casseruola. Ne avrà di qualità, o no?

Il Pagadebit dal profumo di biancospino e dal gusto che varia dal secco fino al delicato, ha un nome che ne spiega origini e funzioni. L’appellativo “Pagadebit” deriva dal fatto che questo particolare vitigno è molto robusto e resiste alle intemperie molto meglio di altri. Per questo, i contadini che ne coltivavano le viti, riuscivano sempre a “pagare i debiti” a fine stagione anche se il resto della vigna aveva dato meno prodotto del previsto. Il Pagadebit a me piace con gli antipasti e il brodetto di pesce ma anche con piada e prosciutto.

La Rebola è il nome locale del Pignoletto, un vitigno diffuso da secoli in zona e, come abbiamo visto prima, nel bolognese. E’ un vino fruttato e vellutato dal colore variante: si va dal giallo paglierino della Rebola secca, all’ambrato per la versione passita. Il profumo è delicatamente fruttato con diverse sfumature. Il sapore è armonico e gradevole. Vino adattissimo per un aperitivo o una cena di pesce, sembra essere presente sulle “tavole” del riminese fin dal 1378 quando, in alcuni documenti, si legge di un vino chiamato “Ruibola o Greco”. Il che fa pensare che il vitigno provenga dalla Grecia. E, in effetti, in questi anni si è trovata una perfetta identità tra quest’uva e il Pignoletto dei Colli Bolognesi e il Grechetto di Todi. E, se consideriamo che quest’ultimo è il “pronipote” del vitigno introdotto nella nostra Penisola proprio dai Greci, ai tempi della colonizzazione dell’Italia del Sud (dall’VIII al III secolo avanti Cristo), per transizione anche la nostra Ribola pare avere origini elleniche. Altro che un vino senza nobiltà!

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