Sono frequenti le icone del cinema italiano alle prese col cibo. Resta indimenticabile  “Albertone” Sordi in veste yankee alle prese col piatto di spaghetti: “Maccarone… m’hai provocato e io te distruggo, maccarone! Io me te magno!”.

È celebre la maestria di Ugo Tognazzi alle prese coi fornelli. Ma la palma che somma l’addentare del maccarone con l’abilita culinaria va ad Aldo Fabrizi. Il suo fisico  corpulento incarna meglio l’immagine del ghiottone rispetto ai meno cicciotti Abertone e Ugo. Attore consumato capace della macchietta in Guardie e ladri con Totò fino a Roma città aperta con Anna Magnani nel ruolo di un parroco che proteggeva i partigiani a sprezzo del pericolo morendo fucilato alle Fosse Ardeatine. Fratello dell’altrettanta Sora Lella fondatrice dell’omonima trattoria sull’isola tiberina, anche Lella viene rubata dal cinema ma rimangono entrambi legati alla città e alla tradizione e nella matrice popolana di una Roma “borgatara e magnona”. Aldo se la cava bene come cuoco e come forchetta, ma la sua dedizione al cibo si completa  con dei versi in romanesco dove usa la metrica più nobile, quella del sonetto. Poetizza su ricette, ci mette in guardia con chi abbiamo a che fare in Mi’ padre me diceva e decanta gli aspetti “filosofici” spiccioli della tavola sui vizietti del Magnà e dormì:

Magnà e dormì

So’ du’ vizietti, me diceva nonno,
che mai nessuno te li pò levà,
perché so’ necessari pe’ campà
sin dar momento che venimo ar monno.

Er primo vizio provoca er seconno:
er sonno mette fame e fà magnà,
doppo magnato t’aripija sonno
poi t’arzi, magni e torni a riposà.

Insomma, la magnata e la dormita,
massimamente in una certa età,
so’ l’uniche du’ gioje de la vita.

La sola differenza è questa qui:
che pure si ciài sonno pòi magnà,
ma si ciài fame mica pòi dormì.

 Sono valori incorruttibili di quella Roma e di quella gente quadrata con le radici fondate nella saggezza popolare enella quotidianità non sempre benevola. C’è un momento di sacralità  quando si ritrova unita la famiglia a tavola. Si mangia insieme uniti, allo scandire delle mosse del capofamiglia e ci si confronta tutti, non sono ammesse defezioni a meno di impedimenti di salute. Più che il semplice atto del mangiare è un rito sacro, pacato e diverso dall’andamento a volte  turbolento dell’esistenza.  Chi trasgredisce questo rito commette un’azione  deplorevole per i valori dell’uomo. È una mancanza di rispetto verso i propri simili  ed un’azione lesiva del sacro. La prescia, la fretta dei tempi moderni hanno distrutto questo rito e portato l’abbandono del divino, ma non per Aldo che da buon cristiano non se la sente proprio di commettere un Sacrilegio. Ama sedersi  comodamente con la famiglia riunita e consumare il pasto non  prima di aver lodato il Signore:

Sacrilegio

Oggi se pranza in piedi in ogni sito;
er vecchio tavolino apparecchiato
che pareva un artare consacrato
nun s’usa più: la prescia l’ha abolito.
‘Na vorta er pranzo somijava a un rito,
t’accomodavi pracido e beato,
aprivi la sarvietta de’ bucato…
un grazie a Cristo e poi… bon appetito!
Mò nun c’è tempo de mettésse a sede,
la gente ha perso la cristianità
e magna senza amore e senza fede.
E’ proprio ‘n sacrilegio: invece io,
quando me piazzo a sede pe’ magnà,
sento ch’esiste veramente Dio! ” .