La sua macellazione avveniva nel periodo  tra dicembre e febbraio che coincideva con il periodo freddo dell’anno e assieme alla piena maturazione dell’animale che intanto aveva superato il quintale di peso. La tecnica di macellazione, e tale è rimasta oggi, prevedeva che il maiale fosse sezionato in due parti uguali: le due mezzene di cui una andava al padrone e l’altra al contadino.

All’atto del suo sacrificio si diffuse la pratica di condividere la festa con l’intera famiglia, gli amici e anche il vicinato.  Era un evento annuale che caratterizzava la vita contadina, un modo di socializzare comune come all’atto della trebbiatura del grano quando ci si si scambiava la cortesia e l’aiuto tra vicini di casolare.  Avete letto bene il sacrificio del maiale era una festa, non dovuta tanto alla sua disgraziata fine, ma quanto alla sua resurrezione, non come maiale ovviamente, ma grazie a tutta quella sequela di prodotti freschi, derivati e insaccati che si traggono dal nobile animale. In qualche modo la sua immolazione si compensa con l’aiuto alimentare che offre alla famiglia per la durata dell’inverno.

La tradizionale macellazione del maiale era una  occasione che mobilitava tutte le forze in campo, sia maschili che femminili, della casa. I bambini non andavano a scuola per due giorni, sia in quello del sacrificio che in quello della lavorazione: si “facevano le carni”. L’ultimo atto iniziava all’alba e finiva a sera inoltrata dopo aver separato, sezionato e insaccato le varie porzioni. Nulla andava perduto o scartato, l’unica cosa che andava buttata erano le setole, veramente inutilizzabili resistenti persino al fuoco!

Poi tutti, i lavoranti con le carni appena macellate, le donne ad armeggiare con le griglie o ai fornelli e  i bambini col sanguinaccio, a far festa con una mangiata pantagruelica alla quale si materializzava puntualmente il parroco avente il diritto di sbafo. Così si spiega come mai nell’immaginario popolare si abbia sempre il curato di campagna abbastanza corpulento e dal volto rubicondo come il Don Abbondio di Alessandro Manzoni.

La pratica cruenta dell’uccisione consisteva nello sgozzamento fatto con un apposito coltello da scanno lungo e sottile (scanein, scanadur ) che terminava col ledere il cuore. Lo scannatore abile riusciva nel primo intento, la sua operazione era seguita passo passo dalle donne che raccoglievano il sangue che sgorgava copioso dalla ferita.  Questo modo ortodosso e poco edificante oggi è sostituito da un colpo di pistola che fulmina le cervella del sacrificato. Alla luce odierna si potrebbe storcere il naso per la fine così cruenta del maiale, ma allora i mezzi erano quelli e, in tempo di fame, non ci si faceva caso, anzi l’evento era vissuto serenamente e con allegria. Dobbiamo porci nel modo di vedere di quella volta, non siamo di fronte ad aguzzini disposti al male dell’animale, ne a spettatori paganti che partecipano ad una corrida.   Anche allora erano in molti a non tollerare questo tragico momento, c’era chi non poteva vedere o chi si tappava le orecchie per non sentire. Il povero animale percepiva il momento e le strida erano davvero lancinanti, simili a quelle di urla umane. Nessuno bramava la sua morte, ma la stessa era presto metabolizzata come un viatico necessario per il sostentamento e la vita della famiglia, non c’era nessuna intenzione di sopraffazione e di accanimento verso l’animale. . Era un evento straordinario che si svolgeva una volta all’anno, capace di  mantenere tutti i canoni di sacralità che solo un ambiente contadino è in grado di esprimere. Per capirci meglio era visto come una cosa necessaria fatta di quella praticità che ci consente di approntare  anche le cose che ci sembrano meno gradite. E così, in qualche modo, si rende onore alla vita del maiale e alla sua triste storia che va in metamorfosi con un epilogo a lieto fine. Si stabilisce che sia un un giorno di festa dove ci si ritrova con la famiglia e coi vicini di casa, seduti a tavola tra salsicce, costarelle e piada. É un momento quando i maggiori lavori sono finiti e la campagna vive il periodo invernale e ci si confronta sulle possibilità dei nuovi raccolti.

 

 

Nato a Misano Adriatico (RN) nel 1951, mi sono diplomato come perito chimico industriale nel ’70 e laureato in farmacia nel ’74.
Ho collaborato per 3 anni con le farmacie di Riccione, per essere poi assunto nel settore ospedaliero, settore analisi e trasfusioni di sangue.
Ad oggi, mi occupo di diagnostica per immagini nel settore veterinario.

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