La cultura celtica ha pervaso usi e abitudini delle popolazioni italiche prima dello sviluppo territoriale e politico di Roma. A dir la verità, anche durante e dopo, come vedremo. Erroneamente si pensa che questo popolo non abbia lasciato eredità. Forse è una credenza che nasce dal fatto che poche sono le tracce scritte lasciate dai celti. Presso le loro tribù, infatti, si usava la scrittura per le cose di tutti i giorni (tipo fare i conti di casa e la lista della spesa…), mentre la storia, i racconti, le leggi, la poesia, la religione, erano tramandate per via orale solo dai saggi di ogni singolo insediamento. E a tutti era vietato scrivere di questi argomenti.

L’area di influenza delle popolazioni celtiche in Europa

Dalle nostre parti, nel riminese e nelle Marche fino al fiume Esino, furono i Galli Senoni a insediarsi in qualità di popolazione celtica dominante (Senigallia vi dice qualcosa?…). Arrivarono nel quarto secolo avanti Cristo, sostituendo o integrandosi con le popolazioni umbro-etrusche che già si trovavano in loco. Emigravano da piccole comunità sviluppatesi attorno al bacino del fiume Yonne, un affluente della Senna, nell’area di quella che oggi è Parigi e la loro città principale era Séns. Non emigravano per scelta, ovviamente, ma perché cacciati dalle tribù germaniche che avanzavano da est, a loro volta spinte da quelle delle steppe orientali… una storia che si ripete all’infinito nei destini dell’umanità, come tocchiamo con mano anche oggi.

Caso curioso, a Rimini la Chiesa di Santa Colomba, oggi perduta, fu intitolata a colei che fu martirizzata dai romani proprio a Séns. Il momento di maggiore successo di questa tribù fu la vittoria di Brenno che, partendo proprio da Rimini, sconfisse Roma, la mise a ferro e fuoco e pretese oro e preziosi come tributo. Tutti ci ricordiamo la famosa frase che, secondo gli storici romani, egli pronunciò di fronte agli sconfitti: “Vae Victis!”. (guai ai vinti) A proposito di oro, fu proprio Rimini la città nella quale i Senoni costruirono la loro unica zecca. Segno dell’importanza che la città aveva, già da allora, come snodo commerciale fra l’Europa del nord e le popolazioni mediterranee.

In Emilia-Romagna, è interessante notare l’eredità linguistica lasciata dai celti. Il fiume Reno (dal gallese celtico “Rìno”) significa “fiume impetuoso”.

Brenno e il sacco di Roma

A Faenza scorre il Senio che nell’antichità stabiliva il confine interno tra le più importanti tribù celtiche emiliano-romagnole: Boii, Lingoni e Senoni. In Celtico “seno” significa vecchio, e i Senoni erano appunto chiamati “i vecchi” perché pare fossero la tribù più antica e di maggiore forza e prestigio. Il “Senio” era quindi il fiume che decretava il confine della loro influenza verso nord. La parola crudo (a significare una cosa o un’azione dura e aspra), viene dal celtico “cruaid”. In cucina, “graticola” (gradèla in romagnolo), deriva da “grid” che significava “griglia”. Il modo di dire “E’ va aventi com un bèr” (“Va avanti come un montone”, cioè è una persona testarda), è consueto in alcune zone della Romagna e utilizza una parola (bèr) che è gallica e significa “testa” e dalla quale deriva anche la parola “birro”. Il famoso “birro romagnolo”, cioè colui che ambisce a mettersi alla testa di un gregge di giovani donzelle (non sapendo, evidentemente, i rischi che corre).

Un’altra eredità che hanno lasciato i celti è il formaggio. Avete capito bene. I celti sono stati la prima popolazione indoeuropea a produrre formaggio in quantità notevoli, tanto da essere non solo consumato in casa, ma anche scambiato con altri alimenti o manufatti o, addirittura, prodotto conto terzi. E questa è una storia molto affascinante perché ha a che fare con una mutazione genetica della razza umana. Antropologi, storici e genetisti concordano infatti nell’affermare che l’uomo, in origine, era intollerante al lattosio, una volta raggiunta l’età adulta. Tra il 5000 e il 1200 avanti Cristo, in Europa arrivarono popolazioni caucasiche dedite alla pastorizia. Da quel periodo in poi l’intolleranza al lattosio delle popolazioni europee iniziò a diminuire drasticamente. Come mai? Si presume che questi pastori avessero lentamente sviluppato nei millenni precedenti una tolleranza al lattosio, “forzata” dal fatto di doversi cibare, in maniera quasi esclusiva, di prodotti derivati dal latte. Una mutazione genetica, appunto. Mescolandosi con le popolazioni locali europee, soprattutto del nord Europa, celti compresi, questi pastori ci fecero il regalo di poter “digerire” il latte, cosa che oggi ci permette di gustare gelati, dolci, burrate e, come dicevamo, formaggi.

Secondo fonti certe (l’Historia Augusta), i celti fuggiti dopo le sconfitte subite da Roma in pianura padana, si erano rifugiati sulle montagne della Valtellina e lì producevano dei formaggi che gli antichi latini definivano “alpinus”. Si trattava di formaggi d’alpeggio prodotti con latte di vacca cagliato con erbe aromatiche. Erano gli antenati del Bitto Dop (che vedete nell’immagine di copertina) e del Bitto Storico (che da qualche anno si chiama “Storico Ribelle”). La parola Bitto è di origine celtica (Bitu) e significa “durevole”. Alla famiglia dei formaggi celtici discendenti dall’Alpinus appartengono anche il Beddo Biellese e il Bettelmatt ma anche il Castelmagno, la Toma, la Fontina e il Groviera. A questi vanno aggiunti anche formaggi erborinati come il Gorgonzola, il Blu del Monceniso e il francese Roquefort.

Lo Stracchino

Plinio Il Vecchio, grande uomo di cultura e generale romano (ma nato a Como), racconta nella sua Naturalis Historia che i Celti producevano un formaggio “con le qualità di una medicina”. Lo descrive brevemente e pare di capire che si riferisca a un antesignano dello Stracchino, cioè a un formaggio con poca materia grassa, prodotto da vacche arrivate stanche dai pascoli alla stalla, e che dunque donavano un latte inadatto allo scopo ma che i celti riuscivano a trasformare in formaggio aggiungendo latte di pecora e muffe prese dal pane di segale indurito. Altre fonti dell’epoca, riferiscono che i celti producevano una sorta di burro molto compatto che riusciva a conservarsi nel tempo. L’antenato del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano? Fosse così, chi avrebbe ancora l’ardire di affermare che i celti non abbiano lascito eredità importanti?

Flavio Semprini è un giornalista professionista free-lance. Si occupa di uffici stampa e comunicazione per aziende, associazioni ed enti sia pubblici che privati. Ha scritto diversi libri, alcuni sulla cucina romagnola, utilizzando per questi ultimi il doppio pseudonimo di Luigi Gorzelli/Paolo Castini.

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