Cattolica è la città di mare più a est di tutta la Regione Emilia-Romagna. Si è sviluppata nel corso dei secoli come realtà di passaggio e di snodo sia marittimo che terrestre per le merci. Testimonianze di ciò si trovano già in epoca romana (ma, in loco, si sono trovati reperti dell’epoca del bronzo risalenti almeno al Duemila avanti Cristo). Questo essere città di mare e di terra, con continui scambi mercantili e quindi culturali, ha influenzato la storia della città e anche la storia della sua cucina. Così com’è avvenuto per tanti borghi e cittadine di tutta la nostra Penisola, così ricca di tradizioni legate al territorio, proprio perché tutto lo Stivale è stato “da sempre”, un territorio di passaggio dove le culture “altre” si mescolavano con quelle stanziali, creando delle tradizioni uniche e spiccatamente locali”.

Una veduta della città di Cattolica.

A Cattolica, infatti, troviamo un unicum che è rappresentato dal Miacetto, il tipico dolce cittadino. A dir la verità, un tempo, oltre al Miacetto, la cittadina poteva contare anche sul bizulà, una specie di pane biscottato a forma di ciambella. Era mangiato dai pescatori della Regina quando uscivano in mare. Tradizionalmente, era trasportato in barca, tenuto appeso a un filo per evitare che si bagnasse a causa di onde troppo alte. Essendo cambiata la marineria e anche le esigenze di questa, di questo cibo locale si sono perse le tracce.

Ben altra sorte è capitata al Miacetto che ancor oggi è un dolce che si cucina solo a Cattolica ma la cui bontà è conosciuta in tutta Italia anche per merito dei turisti che hanno potuto assaggiarlo diffondendone la notorietà. Innanzitutto, cerchiamo di dare un’origine al nome. Secondo Maria Lucia de Nicolò, docente all’Università di Bologna e riconosciuta esperta di Storia della pesca nel Mediterraneo: “L’etimologia è stata spiegata da alcuni come torta formata da mille acini, da altri come derivazione di mnàcia, mosto”. Altri sostengono che il nome derivi dal latino milaceus (= di miglio), da cui derivano i termini migliaccio e migliaccetto, che in diverse regioni d’Italia indicano focacce completamente diverse fra loro, salate o dolci, accomunate solo dall’essere senza lievito.

In effetti, il suo aspetto richiama un po’ il pan pepato di Modena o il panforte toscano e altri dolci del centro e nord Italia ma si differenzia per la quasi totale assenza di spezie. Il perché di questa scelta si giustifica con il fatto che il Miacetto è il dolce dell’Avvento, della vigilia del Natale. Si è sempre preparato e consumato in questo periodo dell’anno. Allora, un’ipotesi è che, per obbedire ai precetti religiosi, fosse necessario cucinare “di magro”, eliminando dolci e cibi che contenessero carni, condimenti e grassi come lardo e strutto, formaggi, latte, burro e anche uova. Vide così la luce un dolce che all’epoca univa mandorle, pinoli e noci tritate dalle campagne romagnole con aggiunta di uva passa e scorza di agrumi. Il tutto legato con miele, acqua, olio (unico condimento permesso in tempo di Vigilia) e farina integrale.

Una torta di Miacetto

Nell’elencare gli ingredienti di questo dolce non possiamo non notare come entrino nella ricetta elementi mediterranei come le arance e i limoni (dal sud Italia e dai Paesi dell’Africa mediterranea) e il miele (tipicamente usato dai Greci fin dall’antichità nei loro dolci). Come scrivevamo all’inizio, ecco portata all’evidenza empirica la buona contaminazione fra diverse civiltà enogastronomiche. Oggi anche il Miacetto si è “modernizzato” per andare incontro ai gusti contemporanei. Così, nella ricetta che potete leggere di seguito, trovate anche zucchero e cannella e, volendo, potete anche aggiungere del cacao nell’impasto. Resta comunque uno dei dolci più tradizionali del territorio romagnolo.

Dosi e ingredienti per quattro persone

  • 700g di noci con guscio
  • 600g di uva sultanina
  • 300g di mandorle sgusciate e tostate
  • 100g di pinoli
  • 400g di miele
  • 300g di zucchero
  • cruschello
  • 3 limoni
  • 3 arance
  • 1/4 litro scarso di olio extravergine d’oliva
  • 3/4 d’acqua
  • un pizzico di sale
  • un pizzico di cannella

Preparazione

Sciogliete il miele nell’olio, unite l’acqua tiepida e lo zucchero, sale, cannella, l’uva (che prima avrete messo a mollo e ben scolata), noci tritate grossolanamente, mandorle, pinoli, scorza tritata di arance e limoni. Aggiungete il cruschello poco alla volta fino a ottenere una consistenza tale per cui un cucchiaio di legno rimane “in piedi”. Utilizzate acqua calda per tenere sufficientemente morbido l’impasto. Lasciate riposare per mezza giornata. Poi, ungete gli stampi (padelle larghe e basse) con abbondante olio d’oliva e versate il composto in modo che si spanda bene sul fondo e cuocia in forno a 180 gradi per circa quaranta minuti.

Flavio Semprini è un giornalista professionista free-lance. Si occupa di uffici stampa e comunicazione per aziende, associazioni ed enti sia pubblici che privati. Ha scritto diversi libri, alcuni sulla cucina romagnola, utilizzando per questi ultimi il doppio pseudonimo di Luigi Gorzelli/Paolo Castini.

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